Che cosa dobbiamo a chi non è ancora nato? Spesso pensiamo ai diritti come a qualcosa che riguarda il qui e ora. Eppure, ogni nostra decisione sul debito pubblico o sull’ambiente è un contratto firmato a nome di figli e nipoti che non hanno ancora voce.
Di questo si è discusso oggi al Salone del Libro, nell’incontro “Quali generazioni future? I diritti delle nuove generazioni”, ospitato nello Spazio Città di Torino e della Città metropolitana di Torino. L’appuntamento è stato realizzato in collaborazione con gli assessorati alla Cultura e alla Legalità della Città di Torino e le Giornate della Legalità, nell’ambito del progetto Torino Futura – generazione di cultura.
Al centro del dibattito, le riflessioni della filosofa Tiziana Andina, docente dell’Università di Torino, sollecitata dalle domande di Lucilla Moliterno, che ha guidato l’incontro conducendo il pubblico tra parole chiave del dibattito pubblico – “generazioni”, “diritti”, “futuro” – con l’obiettivo di renderle meno astratte e più vicine alla realtà.
Il punto di partenza ha scardinato alcuni cliché. Troppo spesso ci limitiamo a dividere la società in compartimenti stagni, usando etichette come “boomers” o “millennials” per marcare distanze e conflitti anagrafici.
Al contrario, durante il dialogo è emerso come l’umanità sia piuttosto una corda fatta di fibre intrecciate, dove non è possibile distinguere nettamente dove finisca un individuo e dove inizi l’altro. Entriamo in un mondo già costruito da chi ci ha preceduti e, allo stesso modo, ogni nostra azione modella lo spazio di possibilità dei futuri cittadini. Da qui nasce il concetto di “transgenerazionalità”: nessuno vive isolato, siamo anelli di una catena che riceve eredità e trasmette vincoli, sia attraverso i legami familiari sia tramite le scelte politiche ed economiche collettive.
Un punto centrale dell’incontro ha riguardato una questione tanto complessa quanto affascinante: la difficoltà di immaginare e normare i “diritti” di chi ancora non esiste. Le future generazioni non possono infatti far sentire direttamente la propria voce nel dibattito odierno, eppure saranno proprio loro a subire le conseguenze più profonde delle decisioni prese oggi. È per questo motivo che il tema della giustizia tra generazioni è diventato sempre più centrale e urgente, non solo nella filosofia, ma anche nel diritto internazionale e nelle discussioni globali sul clima.
L’esempio più immediato di questo cortocircuito è quello ambientale, ma il ragionamento si estende rapidamente al debito pubblico, al welfare e al diritto alla salute. Ci troviamo di fronte a un’asimmetria senza precedenti: consumando suolo o capacità economica, stiamo sottraendo beni comuni a persone che nasceranno tra cinquant’anni e che non avranno alcun modo di negoziare con noi o chiederci un risarcimento.
La “giustizia diacronica” non è un esercizio teorico per accademici, ma una necessità politica. Uno Stato, per essere una comunità autentica, non può occupare soltanto uno spazio fisico: deve anche abitare consapevolmente uno spazio temporale, assumendosi la responsabilità della propria sopravvivenza futura.
Questa sensibilità sta finalmente uscendo dai libri per entrare nelle aule di giustizia e nei testi legislativi. La recente modifica della Costituzione italiana, che all’articolo 9 introduce la tutela dell’ambiente nell’interesse delle nuove generazioni, ne è una prova concreta. Non si tratta di imporre sacrifici morali calati dall’alto, ma di garantire condizioni di vita minime — salute, libertà, benessere — a chi abiterà lo stesso suolo dopo di noi
In un Salone del Libro che mette giustamente i ragazzi al centro come protagonisti del domani, l’incontro ha lanciato un messaggio chiarissimo: il futuro non è distante o astratto, ma comincia nelle scelte quotidiane. La bellezza che “salverà il mondo” passa anche dalla nostra capacità di non consumare oggi i diritti di chi ancora non può difenderli.
