Ci sono festival che servono a celebrare un’industria culturale. E poi ci sono festival che provano a interrogare il tempo in cui viviamo. CinemAmbiente appartiene ancora, ostinatamente, alla seconda categoria.
Dal 3 al 7 giugno Torino torna a ospitare il principale festival italiano dedicato al cinema ambientale: cinque giorni di proiezioni, incontri, dibattiti e film provenienti da 30 Paesi, in un’edizione che conferma quanto la questione ecologica non sia più una nicchia culturale, ma il punto in cui si intrecciano politica, economia, conflitti sociali e la nostra vita quotidiana.
La 29ª edizione del Festival CinemAmbiente, diretto da Lia Furxhi e organizzato dal Museo Nazionale del Cinema, arriva infatti in un momento in cui il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una condizione permanente del presente: alluvioni, siccità, migrazioni ambientali, nuove guerre per le risorse e un’accelerazione della crisi energetica stanno ridefinendo equilibri geopolitici consolidati.
Non sorprende allora che uno dei simboli di questa edizione sia la Groenlandia. La serata inaugurale sarà dedicata proprio all’isola artica, con la proiezione speciale della versione restaurata di Den store Grønlandsfilm (Il grande film della Groenlandia), storico documentario muto del 1922 diretto da Eduard Schnedler-Sørensen. Un’opera preziosa che mostra la vita delle popolazioni Inuit prima della modernizzazione forzata e che, per l’occasione, sarà accompagnata dalla sonorizzazione dal vivo della band indie-rock groenlandese Inuk.
La Groenlandia, finita nelle mire del presidente americano Donald Trump, è oggi al centro di una trasformazione radicale: ghiacci che si sciolgono, nuove rotte commerciali, estrazione di materie prime strategiche e una pressione crescente sulle popolazioni locali. Un luogo che nel cinema del festival diventa insieme metafora e specchio delle tensioni che attraversano il mondo contemporaneo.
La serata di chiusura, il 7 giugno, propone invece l’anteprima italiana di Groundswell di Josh e Rebecca Tickell. Dopo Kiss the Ground e Common Ground, arriva l’ultimo capitolo della trilogia sull’agricoltura rigenerativa realizzata dai due registi americani, appena presentato a Cannes e narrato da Demi Moore, Woody Harrelson e Jason Momoa: un viaggio globale tra contadini, scienziati e leader indigeni che rigenerano la terra attraverso pratiche innovative e tradizionali.
Ma la forza di CinemAmbiente sta soprattutto nel modo in cui il programma riesce a superare la semplice retorica dell’emergenza. I 69 film selezionati non si limitano a denunciare la catastrofe ecologica: raccontano i sistemi economici che la producono, le disuguaglianze che la aggravano e le contraddizioni della cosiddetta “transizione verde”.
Negli ultimi anni anche il cinema ambientale è cambiato. Meno documentari didascalici, meno pedagogia illustrativa, più attenzione alle storie individuali, ai conflitti sociali e alle ambiguità politiche. CinemAmbiente sembra intercettare proprio questa trasformazione: il racconto ecologico non come genere separato, ma come lente attraverso cui leggere il mondo contemporaneo, il lavoro, l’estrazione delle risorse, i consumi e la ridefinizione stessa dell’idea di progresso.
Del resto, sempre più spesso il dibattito sulla sostenibilità si concentra non solo sulle soluzioni tecnologiche, ma sui modelli economici e produttivi che hanno generato la crisi. Economia circolare, nuovi materiali, filiere energetiche e accesso alle risorse sono questioni che attraversano ormai anche il cinema documentario contemporaneo. In questo senso CinemAmbiente continua a essere qualcosa di più di una rassegna cinematografica. È uno spazio politico nel senso più ampio del termine: un luogo dove le immagini diventano strumenti per comprendere la complessità del presente e immaginare alternative possibili.
Anche perché la vera questione che attraversa molti film del festival sembra essere sempre la stessa: chi paga il prezzo della transizione ecologica? Chi decide quali territori sacrificare? E soprattutto: è davvero possibile immaginare un modello economico sostenibile senza ridefinire radicalmente il rapporto tra produzione, consumo e potere?
Accanto alle proiezioni, il festival proporrà incontri con registi, studiosi, climatologi, attivisti e ricercatori, trasformando Torino in un laboratorio diffuso sul futuro ambientale e sociale del pianeta. Tra gli appuntamenti più attesi figura quello del 6 giugno con il filosofo giapponese Saito Kohei, autore de Il capitale nell’Antropocene (Einaudi, 2024) e considerato oggi una delle voci più influenti nel dibattito internazionale sul rapporto tra capitalismo e crisi ecologica. Nel corso dell’incontro, Saito dialogherà con il pubblico sulle prospettive di un ecosocialismo fondato sulla giustizia climatica, interrogandosi sulle possibilità di ripensare i modelli economici contemporanei e costruire nuove forme di relazione tra esseri umani e natura.
Non solo cinema, dunque, ma un tentativo, raro nel panorama culturale italiano, di tenere insieme divulgazione, pensiero critico e dibattito pubblico.
E forse è proprio questo il motivo per cui CinemAmbiente continua a essere necessario. Grazie all’intuizione del fondatore Gaetano Capizzi, da quasi trent’anni il festival porta sotto la Mole il meglio del cinema mondiale dedicato alle tematiche ambientali, affrontando questioni spesso scomode, ma ormai ineludibili. In un’epoca dominata da notizie veloci, algoritmi e ansia climatica permanente, il festival prova ancora a rallentare lo sguardo. A costruire tempo e attenzione. A ricordare che la crisi ecologica non è soltanto un problema scientifico, ma una gigantesca questione culturale e politica.
Tutte le proiezioni e gli eventi sono a ingresso gratuito, a eccezione delle installazioni VR accessibili con il biglietto del Museo del Cinema. Inoltre, dal giorno successivo alla proiezione in sala, una selezione di film sarà disponibile online sul sito ufficiale dell’evento fino al 14 giugno, attraverso la piattaforma OpenDDB.
