Nell’ 81° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen, Torino ha celebrato la Giornata della Memoria della Deportazione e dell’Internamento Militare, con due diversi momenti istituzionali e commemorativi rinnovando un impegno che, come è stato ricordato, non appartiene solo al passato ma interroga direttamente il presente.
Le celebrazioni, iniziate al Cimitero Monumentale tra le lapidi dedicate ai deportati ai deportati e agli internati, con la cerimonia ufficiale di commemorazione delle vittime dei campi nazisti, e poi proseguite in Sala Rossa, sono state segnate due testimonianze toccanti che, partendo da spunti letterari, hanno affrontato il tema della responsabilità individuale e della trasmissione della memoria ai più giovani.
A partire da una lettura critica del libro di Gitta Sereny sull’architetto di Hitler e poi ministro degli Armamenti del Terzo Reich, Albert Speer. La sua battaglia con la verità, la presidente dell’Associazione Nazionale ex Deportati (ANED) Susanna Maruffi ha offerto una riflessione lucida e intensa sui meccanismi che resero possibile il sistema di sterminio nazista, scardinando l’alibi dell’“inconsapevolezza” o del mero ruolo “amministrativo”.
“Non si può affermare che tutto ciò accadesse in modo invisibile”, ha sottolineato, ricordando come lo sterminio si fondasse anche su scelte diffuse e su una progressiva accettazione sociale della violenza: dall’eliminazione dei malati nel programma di eutanasia, resa possibile con il coinvolgimento di medici, funzionari e apparati dello Stato, fino alle leggi razziali e alle persecuzioni quotidiane, sotto gli occhi della popolazione.
Un sistema che si reggeva sull’azione di uomini e donne comuni, che accettarono le regole e contribuirono al funzionamento del meccanismo dello sterminio, per poi tornare alla normalità come se nulla fosse accaduto.
Il suo intervento ha attraversato luoghi simbolo come Hadamar, Sobibor, Treblinka e Dora-Mittelbau, restituendo la dimensione industriale e insieme quotidiana di un simile apparato di morte. Intrecciando la ricostruzione storica con la propria esperienza familiare, legata alla deportazione del padre a Mauthausen, ha evidenziato il contrasto tra il cinismo di figure come Albert Speer e la solidarietà tra i deportati, la capacità di resistere e di scegliere, anche nelle condizioni più estreme, da che parte stare. Una testimonianza che richiama il valore delle scelte individuali di chi sa opporsi, anche con piccoli gesti, al trionfo della disumanità.
Di segno diverso, ma ugualmente potente, l’intervento dell’assessora Chiara Foglietta che ha sottolineato l’importanza di trovare linguaggi nuovi per trasmettere la memoria, soprattutto alle giovani generazioni. «Bisogna provare a raccontare la storia con strumenti diversi», ha osservato, ricordando come proprio da un suo intervento dello scorso anno sia nato l’incontro con la scrittrice Antonella Bartolo, autrice del libro Matite sbriciolate.
Il volume è dedicato al suocero dell’autrice, il generale Antonio Colaleo, per la famiglia “nonno Antonio”, e ricostruisce la sua esperienza di internamento nnei campi di prigionia nazisti di Dęblin e Biała Podlaska, in Polonia, e nello Stalag di Sandbostel, in Germania. Appassionato di disegno, Colaleo riuscì a continuare a tracciare immagini anche durante la prigionia: per sottrarre le matite alle perquisizioni, ne sbriciolava il legno, conservando soltanto le sottili mine di grafite, facili da nascondere e praticamente invisibili al tatto.
Da quei frammenti nacquero decine di disegni, conservati per anni nei cassetti di famiglia, che restituiscono con precisione i luoghi della detenzione. Eppure, la delicatezza dei tratti e la tenue dolcezza dei colori sembrano attenuarne l’orrore: le scene appaiono quasi sospese, meno minacciose, attraversate da tonalità pacate e da una sottile speranza che, almeno in parte, vela il dolore, l’umiliazione e la morte.
A partire da quella lettura, Foglietta ha scelto di raccontare la storia anche a suo figlio, provando a spiegargli cosa siano stati i lager e cosa accadeva davvero in quei luoghi: “Gli ho spiegato che non era fantasia. In quel libro i colori aiutano a comprendere, ma la realtà era diversa: per chi è passato attraverso i campi, la vita aveva perso ogni colore”.
Richiamando poi il giuramento di Norimberga, l’assessora ha ricordato come in quelle parole fosse contenuta una promessa per il futuro: lavorare per la pace, la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli. Un impegno che, a distanza di 81 anni, non può essere considerato acquisito una volta per tutte.
“La libertà e la democrazia non sono mai acquisite – ha sottolineato –. Abbiamo il dovere civile e morale di prendere posizione, di non voltare lo sguardo dall’altra parte e di non derubricare a “bravate” gli atti di vandalismo contro le pietre d’inciampo o le lapidi. Essere qui oggi significa vigilare affinché quel buio non ritorni”.
Entrambi gli interventi hanno ribadito come la commemorazione non sia soltanto un esercizio di memoria storica, ma un richiamo alla responsabilità e alla vigilanza democratica.
La giornata si è conclusa con un messaggio condiviso: la memoria della deportazione e della Liberazione non appartiene solo alla storia, ma alla costruzione quotidiana della democrazia, un impegno che Torino rinnova ogni anno affinché la conoscenza del passato continui a essere strumento di consapevolezza per il presente e per il futuro.












