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Cosa leggere? La concessione del telefono, di Andrea Camilleri

Nell’estate del 1995 Camilleri trovò, tra vecchie carte di casa, un decreto ministeriale per la concessione di una linea telefonica privata.

Il documento presuppone una così fitta rete di più o meno deliranti adempimenti burocratico-amministrativi da fargli venir subito voglia di scriverci sopra una storia di fantasia.

La concessione risale al 1892, cioè a una quindicina di anni dopo i fatti che Camilleri ha raccontato nel “Birraio di Preston” e perciò qualcuno potrebbe domandargli perché si ostina a “pistare e ripistare sempre nello stesso mortaio”, tirando in ballo, quasi in fotocopia, i soliti prefetti, i soliti questori, ecc.
La risposta l’autore l’ha lasciata citando l’apertura del libro “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello.
Nel testo sia il primo governo della Destra Parlamentare in Sicilia che poi la Sinistra venuta al potere avevano le stesse caratteristiche di “usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero di denaro pubblico: prefetti, delegati, magistrati messi di servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori”.

Nel  limiti del possibile, essendo “La concessione del telefono” una storia esattamente datata, Camilleri ha fedelmente citato ministri, alti funzionari dello Stato e rivoluzionari col loro vero nome e anche gli avvenimenti di cui furono protagonisti sono autentici.
Tutti gli altri nomi e gli altri fatti sono invece inventati di sana pianta.

di Antonella Gilpi

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