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Pippi, il progetto per l’accompagnamento alla genitorialità vulnerabile

P.I.P.P.I., con riferimento al nome della protagonista del romanzo Pippi Calzelunghe, della scrittrice svedese Astrid Lindgren, la bimba simbolo delle potenzialità inesauribili dei bambini anche in situazioni difficili, è l’acronimo del Programma di Intervento per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione. Il progetto propone linee d’azione innovative per l’accompagnamento alla genitorialità vulnerabile. L’obiettivo è la riduzione del rischio di allontanamento dei bambini dal nucleo familiare d’origine o di renderlo – quando necessario – un’azione fortemente limitata nel tempo, facilitando i processi di riunificazione familiare.

Il programma si rivolge alle cosiddette famiglie “negligenti”, definizione che, secondo gli studiosi, indica una carenza significativa o un’assenza di risposte ai bisogni fondamentali – di salute, educazione, sviluppo psico-emozionale, nutrimento, protezione, ambiente di vita sicuro – di un bambino. Negligenza alla cui origine vi è una criticità sia nelle relazioni genitori – figli, sia in quelle tra le famiglie e il loro mondo relazionale esterno. L’intento è quello di innescare processi di cambiamento che si stabilizzino nel tempo.

Sotto questo profilo il piano si inscrive all’interno delle linee sviluppate dalla Strategia Europa 2020 per rispondere ai bisogni della cittadinanza e spezzare il circolo dello svantaggio sociale.

Gli operatori incaricati di realizzare l’intervento fanno parte di una èquipe multidisciplinare che comprende l’assistente sociale del Comune, lo psicologo dell’ASL, l’educatore domiciliare (quasi sempre di cooperative accreditate o in appalto all’ente), un’eventuale famiglia d’appoggio (aiutanti volontari, quali parenti, amici, vicini o terzi disponibili ad aiutare un’altra famiglia), l’insegnante e qualsiasi altro professionista significativo. Il presupposto è che tutte le figure lavorino tra di loro e con le famiglie in un’ottica di dialogo e di co-progettazione.

Il programma P.I.P.P.I. nasce a fine 2010 da una collaborazione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, il Laboratorio di ricerca e intervento in educazione familiare dell’Università di Padova, dieci città italiane (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino, Venezia) e i rispettivi Servizi sociali, Asl, scuole, cooperative del privato sociale.

Torino ha aderito fin dalla prima sperimentazione negli anni 2011-2012: dalle prime 10 famiglie residenti nelle Circoscrizioni 2 e 9, l’esperienza si è allargata all’intera la città, coinvolgendo tutti i Servizi sociali. In questi anni di sperimentazione sono state complessivamente coinvolte 106 famiglie (33 sono straniere) e 137 bambini. Ad oggi, a livello nazionale, dalle 10 città si è arrivati al coinvolgimento di 267 ambiti territoriali.

Gli obiettivi e l’impostazione che P.I.P.P.I. propone, si inseriscono nella modalità di lavoro e nelle finalità dei Servizi sociali torinesi i cui progetti e interventi a favore delle famiglie –  affidi diurni, affido da famiglia a famiglia, interventi di sostegno domiciliare, educativa territoriale, affidamento familiare, per citarne alcuni – mirano, alla permanenza a casa del minore.

Oggi stiamo cercando di traghettare nei Servizi della Città la metodologia proposta da P.I.P.P.I. da un livello di tipo sperimentale ad una modalità operativa quotidiana di lavoro con le famiglie” precisa Sandra Pasquino referente cittadino del progetto Pippi a livello nazionale. Quest’anno accanto all’attività dei Gruppi per i genitori e per i bambini (sono stati coinvolti 41 adulti e 37 bambini) “abbiamo lavorato, in modo integrato, – continua Pasquino –  con due scuole della Circoscrizione 2 in modo da individuare alcune famiglie disponibili a prendersi cura di compagni dei propri figli e delle loro famiglie, in una logica di affiancamento e di sostegno solidale”. A questo intervento il programma P.I.P.P.I. prevede altre azioni: l’educativa domiciliare, che prevede la presenza in casa di una figura educativa più volte la settimana; l’intervento di famiglie d’appoggio, che possono intervenire nei momenti di difficoltà; la stretta collaborazione con la scuola.

Spesso la vulnerabilità si accompagna o è aggravata da una situazione economica critica (con redditi insufficienti, mancanza o perdita di lavoro e pericolo di perdita dell’abitazione): per questo il programma si rivolge anche ai nuclei, in particolare a quelli con figli nei “primi 1000 giorni di vita”, destinatari di misure di contrasto alla povertà come il reddito di cittadinanza

Un’ulteriore azione riguarda l’etnogenitorialità. In questo campo è stata avviata sul territorio delle Circoscrizioni 6 e 7, un’attività di formazione e sensibilizzazione per i mediatori culturali delle cooperative che lavorano nel Servizio sui principi e sui metodi proposti dal programma e, contemporaneamente, è stato aperto, a livello cittadino, e in stretta integrazione con l’Assessorato alle Pari Opportunità, un confronto con le comunità straniere sia per aiutare le famiglie a superare la diffidenza e avvicinarsi agli operatori dei Servizi per chiedere aiuto, sia per promuovere ed incentivare l’attività di prevenzione. In questo modo si tenta di mobilitare le comunità affinchè individuino al proprio interno famiglie disponibili a fornire aiuto e sostegno ad altre loro connazionali, diventando famiglie d’appoggio di nuclei di connazionali.

Le Linee di indirizzo nazionali “L’intervento con bambini e famiglie in situazioni di vulnerabilità – Promozione della genitorialità positiva”, approvate nel 2017, capitalizzano l’esperienza pluriennale della sperimentazione del programma P.I.P.P.I. e impegnano gli enti e i servizi a lavorare secondo i principi del programma. Le stesse sono complementari a quelle sull’affidamento familiare (2012) e sull’accoglienza residenziale (2017): “Nel loro complesso costituiscono un insieme organico volto ad orientare l’intervento lungo un continuum di servizi, articolando il sistema di intervento intorno alle tre aree della promozione, prevenzione e protezione all’Infanzia” conclude Pasquino.

Anche la Regione Piemonte – che in questi anni ha seguito, promosso e coordinato il programma P.I.P.P.I. sul territorio regionale con le altre realtà coinvolte (Casale Monferrato, Novara, Biella, Monviso Solidale) – con delibera del marzo 2019 ha recepito le Linee di indirizzo nazionali e sta elaborando un programma di informazione/formazione per coinvolgere istituzioni e realtà che si occupano, a diverso titolo, di minori in difficoltà e delle loro famiglie, che sarà diffuso su tutto il territorio regionale nei prossimi mesi.

M.C.

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