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Affido, un’esperienza a tempo a sostegno del bambino e della famiglia

“Mi presti la tua famiglia? La mia è un po’ in difficoltà” è il claim scelto dalla Città di Torino per la campagna di promozione dell’affido. Lo stesso campeggiava sull’invito alla Festa delle famiglie affidatarie rivolto ai nuclei familiari coinvolti nel progetto della “Casa dell’Affidamento”, promosso domenica 6 ottobre dell’assessorato al Welfare comunale.

Un appuntamento atteso, un’occasione per confrontare le esperienze, per approfondire la conoscenza reciproca e per sensibilizzare nuove famiglie ad accogliere nella loro casa un bambino per un periodo più o meno breve, necessario ai suoi genitori per fronteggiare situazioni impegnative che rendono difficile assicurare al figlio le cure e il benessere necessari per la sua crescita.

Ad oggi sono 200 le famiglie volontarie, un numero destinato a crescere, negli auspici dell’Amministrazione, grazie ad alcune iniziative in calendario nei prossimi mesi per rilanciare e sensibilizzare i cittadini sul tema. Nel corso della manifestazione è stata presentata la campagna per la promozione dell’affido di minori stranieri non accompagnati realizzata dall’associazione Psicologi in Contatto, un primo step di alcune iniziative che la Città promuoverà nei prossimi mesi.

La sindaca Chiara Appendino si è intrattenuta con le bambine i bambini presenti e i genitori affidatari sottolineando come “Il lavoro svolto dai Servizi della Città può rappresentare un modello replicabile in altre realtà, ma che non si improvvisa. Nasce dall’impegno, dalle cure degli operatori e dalla disponibilità delle famiglie affidatarie ad accogliere nella loro casa un bambino che necessita di attenzioni affettive ed educative“.

Per capire cosa significa prendere un bambino in affido, abbiamo intervistato Enzo Genco, responsabile del servizio Minori e famiglie della divisione Servizi sociali e della Casa dell’Affidamento della Città di Torino.

I bimbi hanno bisogno di sperimentare l’attaccamento, un legame fondamentale nei primi tre anni di vita, durante i quali si formano le basi della loro personalità. Solo vivendo il senso della famiglia potranno replicarne il modello.

Con quale spirito, invece, deve vivere questa esperienza una famiglia affidataria che dà la propria disponibilità per accogliere un bambino?

“Ciò che deve sviluppare la famiglia affidataria è la consapevolezza della temporaneità dell’accoglienza di un bambino: io ti accompagno per un tratto della tua strada pur sapendo che la tua vita sarà altrove, da un’altra parte. Capita che il bambino chiami gli affidatari mamma e papà, pur sapendo dai loro racconti, che ha una madre e un padre diversi. Il bimbo, dunque, è reso consapevole della differenza e dei ruoli diversi tra la famiglia solidale che lo accoglie e i suoi genitori d’origine. Questo è quanto comunichiamo e raccomandiamo alle famiglie che si propongono per l’affidamento nei corsi di conoscenza e di preparazione all’affido”.

 Quali caratteristiche deve avere una famiglia?

Quando si parla di famiglie affidatarie, in quest’ambito, ci si riferisce a famiglie con figli, coppie o persone singole. Anche per quanto riguarda le caratteristiche dell’abitazione non sono richiesti particolari requisiti, come avviene per le comunità: sono sufficienti abitazioni decorose e idonee per accogliere chi vi abita. Una delle prime verifiche che si richiede a chi si propone come affidatari è quella del casellario giudiziale, successivamente si procede con incontri di gruppo e colloqui di conoscenza individuali o di coppia per comprendere le motivazioni e quale tipo di disponibilità viene offerta per eventuali abbinamenti: bambini piccoli o piccolissimi, ragazzini, adolescenti, bambini con disabilità. Ad esempio si cerca di evitare abbinamenti di neonati con coppie che hanno desiderio di realizzare una mancata genitorialità in modo da non creare aspettative per quel ‘figlio mai arrivato’. Il percorso di conoscenza prevede tre serate di approfondimenti e successivi colloqui con assistenti sociali e psicologi e si conclude con una visita domiciliare. Diventare affidatari è un impegno serio, importante che deve prevedere rapporti del bambino con la sua famiglia e con i servizi sociali. Ogni bambo ha bisogno di essere mantenuto, educato ed istruito e necessita di nutrimento affettivo per crescere. Questa esperienza può essere una grande occasione per insegnargli ad essere amato e ad amare”.

Quanto tempo può durare l’affido?

Il minor tempo possibile, da pochi giorni per i neonati non riconosciuti, ad un massimo di 18/24 mesi. Nel caso si superano i due anni di affidamento, e il minore non può rientrare nella sua famiglia, l’Autorità giudiziaria deve autorizzare l’eventuale prosecuzione dell’affido per il tempo necessario affinché il procedimento giudiziario arrivi ad una sentenza. A noi adulti può sembrare un tempo breve, per un bambino è già troppo. Gli affidatari svolgono questo ruolo nella consapevolezza di seminare qualcosa e di ricevere molte gratificazioni: i bambini richiedono molte cure ed attenzioni ma sanno anche restituire tanto. Concluso l’affidamento, la legge 173/15 sulla continuità degli affetti, assicura al bambino la possibilità di mantenere un rapporto con la famiglia affidataria (incontri, telefonate, fotografie, messaggi, scritti,) che lo ha seguito con amore, cure e attenzioni: non sarebbe giusto per lui subire una scissione, una separazione netta e definitiva dagli affidatari, che rappresentano per lui una parte importante della sua storia di affetti, quella parte che lo ha psicologicamente e affettivamente nutrito in una fase così delicata della sua vita. In qualche modo è come se gli affidatari diventassero per lui degli zii o parenti. In queste situazioni perciò la vita del bambino non deve essere segnata da separazioni dalle relazioni fondamentali che improvvisamente spariscono: si deve poter assicurare una continuità con la propria storia”.

Casa dell’Affidamento
numero verde 800254444
casa.affido@comune.torino.it

M.C.

 

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