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Riflessioni di una digital champion

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Eleonora Pantò è digital champion torinese e lavora al Csp Piemonte.

Di cosa ti occupi nella tua attività professionale?

Mi occupo di innovazione tecnologica applicata all’educazione, all’innovazione sociale e all’inclusione, presso il CSP, organismo di ricerca piemontese. Ho realizzato i primi siti web per la PA piemontese e progettato iniziative per l’introduzione delle tecnologie a scuola. Attività che prosegue tuttora attraverso Dschola, l’associazione che offre formazione, consulenza e supporto alle scuola.

Attualmente lavoro in progetti internazionali sui Mooc (Massive Open Online Course) – cioè corsi aperti, online e massivi che si basano sull’idea che l’educazione deve essere accessibile a tutti, sull’uso dei videogiochi nella didattica, perché giocare è il modo più naturale di imparare e infine sull’alfabetizzazione oceanica, per aumentare la consapevolezza dell’impatto che l’Oceano ha sulla nostra vita presente e futura.

Collaboro con varie associazioni che operano per promuovere il ruolo delle donne in ambito scientifico e tecnologico, la cultura video ludica e l’uso consapevole delle tecnologie; presiedo l’associazione europea Media and Learning, per l’uso educativo dei media digitali.

Cosa significa essere digital champion?

Far parte dell’Associazione Digital Champions significa essere pionieri, conoscere e governare le tecnologie, consapevoli che da sole non possono cambiare lo stato delle cose, un esempio? Dare i tablet agli studenti ma per insegnare loro a porsi domande, più che per trovare risposte.

Significa mettersi al servizio della PA e più in generale dei cittadini, lavorare per l’alfabetizzazione digitale perché open data, neutralità della rete, diritto all’oblio e all’identità, sono fondamentali per esercitare una piena cittadinanza contemporanea.

Qual è stata la tua esperienza finora nell’associazione?

L’associazione è nata solo un anno fa: volenterosi tecno-entusiasti si sono messi a disposizione della comunità e cercano di farlo in modo coordinato su tutto il territorio nazionale. Sono entrata a farne parte sei mesi fa, aspetto l’incontro di Venaria per capire meglio cosa faremo nel prossimo futuro.

Come valuti lo sviluppo del digitale in Italia, dove resta ancora molto da fare per metterci al passo con l’Europa (o con le potenzialità che potremmo sfruttare)?

Negli ultimi tre anni, l’Italia non è riuscita a scalare nessuno degli indicatori europei sul digitale: siamo nel gruppo dei ritardatari – i low performance – europei. Siamo sotto la media europea per l’uso del digitale nelle imprese e nella pubblica amministrazione e un terzo della popolazione (31%) non ha mai usato Internet (contro il 18% della media europea).

Al tempo stesso, siamo il terzo Paese al mondo per numero di Fablab, con Torino e Roma in testa. Siamo il Paese europeo che ha organizzato il maggior numero di eventi nelle scuole per la Code Week 2015, ma di questo non c’è traccia nel rapporto europeo perché i dati non sono arrivati a chi lo ha stilato. Creatività, ricerca e innovazione vanno incentivate e sostenute, per farle evolvere e consolidare: lo dobbiamo ai ragazzi della Code Week (la settimana europea della programmazione, ndr).

 

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