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Cosa leggere? In “Montanelli mi ha detto” un secolo di storia italiana

di Antonella Gilpi

 “Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perdete, come le ho perse io, tutte le battaglie.” Indro Montanelli

Questo libro non vuole essere una biografia ma la raccolta di fonti, narrati, ricordi e aneddoti che Mazzini ha raccolto durante un decennio di frequentazioni con Montanelli.

“Sono stati così riuniti e collegati – scrive l’autore – racconti, colloqui e discorsi tenuti in tempi diversi con lo scopo di ricostruire dai frammenti lo specchio di una vita che coincide con quasi un secolo di storia italiana.. In queste pagine – prosegue Mazzini – non compare, infatti, nulla o quasi che riguardi la vita strettamente privata di Montanelli. L’uomo, il suo intimo, le sue riflessioni personali, le sue amarezze, che pure ho conosciuto, è giusto che rimangano tutelate.

” Il libro inizia col racconto della sua nascita e della famiglia di Indro Montanelli e prosegue con: il suo debutto nella professione a Parigi con “Italie novelle”, “Paris soir” e il “Popolo d’Italia”, l’Abissinia, l’inviato di guerra, colloqui con Churchill, De Gaulle, Don Calogero Vizzini (boss), Ezra Pound, Philby (il giornalista spia) e molti altri. Parla poi dell’Italia dei ‘misteri’: il caso Mattei e piazza Fontana e di due giornali dove fu direttore: “Il Giornale Nuovo” e “La Voce”. Non manca un accenno ai bordelli, che Montanelli usava frequentare, della sua passione per la Fiorentina, per Bartali, l’ammirazione per Agnelli e il disgusto nei confronti di Berlusconi perchè entrato in politica.

Gian Luca Mazzini conobbe Montanelli il 21 marzo 1994 alla presentazione del nuovo quotidiano “La Voce”, creato dal Grande Vecchio del giornalismo italiano, giornale che andava in edicola il giorno dopo. E lo descrive così: ” Quel baillamme si chetò improvvisamente quando da una porta comparve il Direttore attorniato da un folto gruppo di “fedelissimi”, tutti trasfughi dal Giornale. Era in grande spolvero quel giorno l’ottantacinquenne Montanelli, elegantissimo.”

Mazzini ebbe poi modo di frequentarlo quando Montanelli lavorò per Telemontecarlo e l’amicizia si strinse tanto da permettergli di frequentare tre rifugi del grande giornalista: l’ufficio di direttore de La Voce, il suo bilocale nel residence di via Bocchetto, e l’appartamento di viale Piave dove andò a vivere dopo la morte della moglie Colette. Ovunque c’era una libreria, una scrivania, la famosa Olivetti lettera 22 e tante fotografie affisse alle pareti: da quella di un anziano Prezzolini intento a scrivere, di un Dino Buzzati dipinto con un enigmatico sorriso, ai colleghi come il grande inviato di guerra Egisto Corradi, Dino Buzzati, Cesare Marchi. Il ricordo più prezioso era una lunga cornice rettangolare che racchiudeva le foto della guerra d’Africa.

Per Montanelli il giornalismo è stato davvero tutto: il senso e la “missione” di una vita. Ma negli ultimi anni di attività si era reso conto che il mestiere stava cambiando troppo. Non vedeva più un futuro per il giornalismo flagellato dalla concorrenza della televisione. Montanelli dice: ” I quotidiani dovranno rassegnarsi ad avere un pubblico elitario, estremamente limitato, che esige la parola scritta perchè vuol leggere e riflettere. Prevedo che i giornali andranno fatti in assoluta economia (con pochissimi giornalisti, ma tutti di livello) e potranno avere un obiettivo di vendita tra le sessanta e le settantamila copie. Da noi il primo che lo ha capito è stato Giuliano Ferrara con il suo “Foglio”.

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