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Intervista al direttore editoriale di Rosenberg & Sellier

di Annamaria Garbero in collaborazione con la redazione di torino Click

Qual è la situazione attuale dell’editoria, in Italia e a Torino in  particolare? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Armando, direttore editoriale di Rosenberg & Sellier Editori e di Accademia University Press.

Attualmente il mercato editoriale nazionale appare fortemente polarizzato in quanto, dopo acquisizioni e accorpamenti vari, si sono creati di fatto quattro o cinque grandi gruppi, gestiti in modo industriale, mentre esistono – e resistono – molti piccoli e medi editori, per i quali questo mestiere ha un senso fondamentalmente diverso, conserva ancora un sapore artigianale. Per quanto riguarda Torino, che è stata la culla dell’editoria italiana, va detto che nessuno dei grandi gruppi sopra citati ha qui la sua sede e che, a causa della combinazione tra le manovre imprenditoriali degli ultimi decenni e la crisi economica abbiamo visto chiudere, ridimensionare o acquisire da altri, marchi prestigiosi e nomi storici. Gli editori in città sono oggi per lo più piccoli, talvolta medi, e tuttavia rappresentano nella loro maggioranza ancora un presidio di qualità nel modo di fare editoria, con una passione per il prodotto realizzato con cura e professionalità. Il “sottobosco” cittadino dei mestieri legati all’editoria resta quindi abbastanza fertile, grazie anche al fatto che hanno comunque mantenuto gli uffici a Torino le realtà di prima grandezza, anche se non sono più di proprietà torinese. Seppure in calo, si possono quindi ancora incontrare opportunità per avvicinarsi al mondo del libro, attraverso la correzione di bozze, l’editing e via dicendo. Per contro, da questo punto di vista la crisi ha acuito dinamiche non improntate alla correttezza e alla deontologia professionale, per cui sono diffuse anche a Torino pratiche di sfruttamento della mano d’opera e molti precari, pur di lavorare, accettano condizioni capestro alle quali è difficile sottrarsi.

Quali sono le difficoltà di una piccola casa editrice?

La barriera d’ingresso per diventare editori è bassa, sono richieste poche risorse iniziali, per cui il numero delle case editrici è elevato. È però complicato sopravvivere, trattandosi di un’attività d’impresa dalle caratteristiche particolari, con una dimensione commerciale complessa. Così, se da un lato pubblicare oggi è relativamente più semplice che in passato, grazie innanzi tutto all’ausilio delle nuove tecnologie, trovare un equilibrio economico che consenta il prosieguo dell’attività è un obiettivo troppo spesso irraggiungibile. Se un tempo per il piccolo editore era possibile ottenere risultati soddisfacenti anche limitandosi a proporre genericamente sul mercato i titoli che aveva scelto di pubblicare, oggi un’attività strutturata in questo modo è spesso condannata a risultare quasi invisibile e irrilevante sul piano economico quando non anche su quello culturale. Coloro che invece desiderano essere rappresentativi, protagonisti, se non fanno parte di un grande gruppo o se non operano in settori per qualche ragione “protetti”, fanno una fatica notevole.

Come si può delineare il ruolo di un piccolo-medio editore, oggi?

Intanto non deve ridursi ad attirare l’aspirante autore fornendogli qualche servizio (magari a pagamento), comprimendo i costi a scapito della qualità. Ma soprattutto deve riuscire a mettere a fuoco un proprio progetto peculiare, andando a cercare gli spazi che a mio avviso ancora esistono e continueranno a esistere. E quindi identificare quali sono le scelte da compiere, le strategie comunicative e organizzative da mettere in atto per realizzarlo, verificandone la sostenibilità economica con la necessaria competenza imprenditoriale.

Da dove partire quindi, per un possibile nuovo sbocco per la piccola editoria? La sua ricetta personale, se c’è.

Secondo me i piccoli editori devono affrontare la sfida accettando di modificare, anche profondamente, la propria logica. Un tema che mi pare non sia stato ancora recepito a sufficienza è che il “modo di fare editoria” si va differenziando sempre di più tra i diversi settori, e bisogna essere in grado di ragionare su soluzioni peculiari a seconda del progetto che si intende perseguire. A fare da contraltare a questa “specializzazione” dovrebbe maturare una disponibilità a costituire reti e collaborazioni, per veicolare proposte comuni, concrete, scevre da individualismi pur nella valorizzazione delle rispettive identità, da un certo modo di guardare a se stessi e al proprio piccolo, mossi da strategie autoreferenziali non più sostenibili. Un altro aspetto decisivo a mio avviso è quello dell’innovazione: gli editori devono evitare di porsi in modo solo difensivo, limitandosi al lamento sulle difficoltà attuali da addossare al funzionamento del mercato o della filiera editoriale, e cercare invece di capire quali opportunità siano generate da questi cambiamenti, intercettarli. Sono infatti convinto che per un certo numero di editori – il cui numero comunque inevitabilmente nei prossimi anni andrà riducendosi – lo spazio per fare editoria in maniera autonoma e originale rispetto ai grandi gruppi esiste, e che si tratta di un’attività economicamente sostenibile. Questo è il tema a cui sono maggiormente affezionato: accanto a un’editoria mainstream che ragiona in termini industriali perché fa parte di gruppi che si occupano di comunicazione a tutto tondo e che possiedono tutti gli elementi della filiera, far evolvere un’editoria indipendente che, se si organizza in termini di sistema e di innovazione in maniera intelligente, ha ancora uno spazio. Questo mi pare sia peraltro ciò che emerge dal rapporto presentato nel novembre scorso da Antonio Monaco, vicepresidente dell’AIE, nel corso di un incontro sull’editoria piemontese dal quale è emerso che, nel panorama generale, gli editori che appaiono in grado di resistere, anche se con difficoltà, sono quelli caratterizzati da una propensione verso l’innovazione.

Lei ha recentemente acquisito una casa editrice torinese storica, la Rosenberg & Sellier. Qual è la sua storia, il suo percorso di formazione?

Il mio percorso inizia verso la fine degli anni ’80 con la partecipazione alla creazione della Lexis, un service per le case editrici, nel momento in cui queste iniziavano ad esternalizzare alcune fasi del lavoro di pre-stampa, in un’ottica di di contenimento di costi. L’attività dei service da allora è diventata un elemento fondamentale nella filiera editoriale, e a Torino ve ne sono parecchi, spesso con una qualità editoriale molto elevata. Negli anni ci siamo occupati di editoria a tutto tondo, da quella accademica alla narrativa, dalla scolastica alle grandi opere, dalla manualistica alle guide turistiche, collaborando con grandi gruppi così come con piccoli editori, sempre puntando su qualità e innovazione, cercando di intuire in quale direzione si muoveva il settore per farci trovare pronti e possibilmente anticipare le sue esigenze, dal desktop publishing con i primi software dedicati fino, ovviamente, agli ebook, che produciamo direttamente.

Verso la fine degli anni duemila uno dei settori editoriali con cui lavoravamo maggiormente, l’editoria accademico-universitaria, ha (come altri) dovuto affrontare una fase di crisi e ho deciso di intervenire con una mia iniziativa mettendo a frutto l’esperienza e il know how acquisito negli anni. Nel 2011 ho quindi creato un marchio editoriale, Accademia University Press, che fa fondamentalmente innovazione e sperimentazione sia sul piano del modello di business che nell’organizzazione produttiva e nelle modalità di distribuzione, con risultati molto incoraggianti. Dedicandomi più intensamente a questo settore ho avuto modo di conoscere realtà dalla storia prestigiosa e con un appeal ancora importante che meritano di essere aiutate a rinnovarsi per poter continuare a svolgere un ruolo. E in un caso, quello della Rosenberg & Sellier, dalla collaborazione è maturata l’opportunità di intervenire direttamente, per cui la Lexis ha ottenuto la licenza del marchio e io ho ne assunto la direzione editoriale.

La sua strategia per assicurare un futuro alla Rosenberg & Sellier?

Selezionare e consolidare gli asset che conservano il loro valore, soprattutto la produzione scientifica con le riviste e le collane ad esse collegate, lavorando sulla disseminazione e visibilità dei contenuti prodotti, anche a livello internazionale. E intercettare con la forza di un marchio storico la richiesta di pubblicazione che proviene dal mondo della ricerca nel settore delle scienze umane e sociali, oggi in difficoltà nel trovare interlocutori in grado di offrire il corretto equilibrio tra qualità, visibilità, risorse economiche, esigenze del mondo universitario, ecc.

Data la sua esperienza nel mondo editoriale, vede differenze fra l’operare in città come Milano, ad esempio, rispetto a Torino?

Pur non volendo ridurre a considerazioni banali fatti ed eventi fin troppo noti, l’idea che editori e marchi storici nati qui siano oggi in mani milanesi è un dato oggettivo che deve far riflettere. Se nel contesto in cui operiamo noi, questa sorta di contrapposizione non assume una valenza particolare (lavoriamo regolarmente con realtà editoriali non solo di Milano ma di Firenze, Roma, ecc.), è vero che il fatto che le leve finanziarie principali non siano locali rappresenta una limitazione su una scala più ampia. Tanto più che sono convinto che la qualità del lavoro che il mondo editoriale torinese produce sia tuttora eccellente, e che sul territorio siano presenti tutte le risorse e le competenze per continuare a fare editoria ad alto livello. Non è un caso del resto che il Salone del Libro sia nato qui, soprattutto sulla spinta propulsiva di un universo editoriale variegato, competente, attivo, composto anche da molti piccoli editori di qualità, che in quel tipo di evento si erano riconosciuti. Questo tema negli anni è stato perso un po’ di vista e ora il Salone subisce la concorrenza di altri eventi, come la fiera romana dedicata alla piccola e media editoria, che intercetta più facilmente le realtà del centro-sud, ma soprattutto offre un contesto di dimensioni più adatte, anche dal punto di vista dei costi da sostenere. Ciò ha determinato un impoverimento nella proposta e nel  panorama editoriale della kermesse torinese.

Cosa potrebbe servire per riportare un maggior numero di piccoli editori al Salone di Torino?

Ritengo sarebbe opportuno che la direzione del Salone aprisse un confronto autentico, con una vera disponibilità ad ascoltare esigenze e proposte, piuttosto che lanciare iniziative dall’alto di fronte alle quali il potenziale protagonismo delle realtà piccole e medie risulta mortificato e comunque annacquato da un clima che vede l’attenzione puntata essenzialmente sui grandi numeri e sui grandi eventi. Inoltre ci sarebbe da lavorare per mettere sotto i riflettori il ruolo dell’editoria in quanto comparto di rilievo sul piano economico, e non solo sotto il profilo culturale.  Quindi offrire  maggiore spazio al mestiere dell’editoria, fare in modo che il Salone sia davvero l’appuntamento annuale imprescindibile in cui ci si vede, ci si parla fra addetti ai lavori, per aiutare e incrementare le possibilità di lavoro, di sviluppo, di confronto. E in questo modo far emergere la qualità, la professionalità, l’eccellenza, la capacità di innovazione di chi lavora nel settore.

Secondo lei, il libro come oggetto cartaceo è destinato a sparire, come da più parti viene spesso ipotizzato, a favore del formato digitale?

Il tema “cartaceo e/o digitale” avrà, secondo il mio punto di vista, evoluzioni differenti a seconda del settore di riferimento: questo è uno degli aspetti nei quali bisognerà fare i conti con la differenziazione di cui ho fatto cenno in precedenza. Il libro cartaceo è un oggetto perfetto, lo è stato per secoli e continuerà ad esserlo per un certo tipo di fruizione. Mentre vi sono settori come quello in cui opero io principalmente, l’editoria universitaria (basti pensare alle riviste di ricerca scientifica), per i quali è senz’altro destinato a essere affiancato e forse sostituito dalle forme che l’editoria digitale sta prendendo e prenderà in futuro.

Quindi, per chiudere con una battuta, si può guardare al futuro con un certo ottimismo?

Oggi non posso certo dire il contrario, essendomi appena lanciato in una nuova sfida. La parola ottimismo la userei con cautela, ma penso si possa guardare all’orizzonte almeno con una certa fiducia e comunque non mi assocerei a chi parla di fine dell’editoria.

 

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