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Intitolato un giardino alle operaie della fabbrica Superga

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di Mariella Continisio

E’ stato inaugurato questa mattina il giardino intitolato al ricordo delle Operaie della Fabbrica Superga tra le vie Verolengo e Bernardino Luini. Un tributo della Città al lavoro delle donne. Qui sorgeva il reparto in cui le operaie della fabbrica cucivano il tessuto alla tomaia di gomma. Dello stabilimento rimangono solo alcune parti dismesse lungo le vie Verolengo e Orvieto.

La  “Superga” nasce a Torino nel 1911 dove si producevano copertoni per biciclette e giochi per bambini. In seguito il brand comparve sugli stivali di gomma impermeabilizzati utilizzati soprattutto dai moltissimi contadini e braccianti che lavoravano nelle risaie e negli acquitrini. La specializzazione nella lavorazione delle calzature diventa il tratto distintivo dell’azienda dove nascono le famose scarpe da tennis di tela conosciute ancora oggi come “Superga”.

Fin dalla sua creazione la fabbrica impiega, soprattutto, manodopera femminile: l’80% della forza lavoro. Nel 1951 con il passaggio alla Pirelli si apre un ventennio di grande sviluppo e la presenza delle operaie nei reparti arriva a quasi duemila, in gran parte residenti nelle borgate circostanti. Tra gli anni ’70 e ‘80 a causa dalla crisi e dalla ristrutturazione la manodopera si riduce notevolmente e dopo vari passaggi di proprietà, il marchio viene rilevato dalla Società BasicNet.

Dopo il saluto di Giachino Cuntrò, vicepresidente del Consiglio Comunale, è intervenuta Clara Barillari, ex operaia della Superga, tra le cui mura ha trascorso 46 anni della sua esistenza.  Nel breve discorso ha ricordato quanto era intensa l’attività della fabbrica: “Qui si lavorava a cottimo”, ma, ha aggiunto “in quella zona non c’era nulla”. Clara era accompagnata da uno sparuto gruppo di compagne di lavoro, con cui ha condiviso tanti momenti. Antonella, una dipendente del Comune di Torino, la cui mamma, Maria, ha lavorato per 30 anni alla Superga, mi ha raccontato di quando bambina, insieme al papà, andava a prendere la mamma che terminava il turno alle 22. “Non eravamo soli, con noi c’erano tanti altri padri che, accompagnati dai loro piccoli, aspettavano le donne all’uscita dello stabilimento”.

 

 

 

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